Roger Federer e la gratitudine nella nostalgia.

 


“Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c'era l'abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d'un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d'una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. «Ho bisogno di altri cinque anni» disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.”
(Calvino I., Lezioni Americane, Milano, Oscar Mondadori, 1993). 

23 settembre 2022. Il mio telefono è pieno di messaggi, ma più che farmi gli auguri per il mio quarantaduesimo compleanno tutti mi chiedono se sono pronto per il ritiro di Roger Federer e la partita d’addio alla Laver Cup, in programma per quella sera. No. Ma dai ormai non gioca da talmente tanto che è come se si fosse già ritirato da tempo. No. Ma perché gioca solo il doppio con Nadal? Non ce la fa più? Dai, meglio così. No. Ma non scrivi un articolo su Tennisollywood? No, non lo so, cosa vuoi che scriva. Hanno già scritto e detto tutto. 

Sono passati quasi 3 mesi dal ritiro. E ora, mentre Federer fa il tour del mondo per iniziative organizzate dai suoi sponsor, sono pronto per raccontarvi la mia versione. 

Federer per me è tutto in questa foto. È il match point della semifinale del 2009 a Wimbledon, dall’altra parte c’è Tommy Haas. In finale poi Roger batterà Roddick, aggiudicandosi il quindicesimo titolo slam, quello del sorpasso a Sampras. Quel Sampras che spesso saliva in cielo allo stesso modo per chiudere gli smash – gesti che noi naviganti di quarta categoria non possediamo ed è meglio se ci atteniamo alle prescrizioni tecniche più classiche: cercare la palla mentre cade dall’alto, posizionarsi coi piedi bene a terra, puntare con l’indice, caricare con il gomito in alto, e colpire. Niente funambolismi, niente salti –.  Di slam ne vincerà altri cinque e chiuderà la carriera a venti. Ventuno… se avesse convertito uno di quei due maledetti match point sul suo servizio nella finale del 2019 a Wimbledon. Un incubo ricorrente, almeno per me, che probabilmente è paragonabile in campo sportivo solo al rigore sbagliato da Baggio ai Mondiali di USA ’94. Riguardando il video di quei due punti, sul 40-15, ogni giocatore di periferia si può riconoscere in quegli errori: uno di posizione, in uscita dal servizio e uno di tattica, con un attacco troppo corto e una discesa a rete senza speranza di intercettare il passante di ritorno. Grazie Roger per averci confermato che anche tu ogni tanto fai i nostri stessi errori. Ma potevi anche farlo in un’altra occasione meno importante, no? 

Torniamo alla foto. Quell’anno Federer è di un’eleganza olimpica, un Giove tennistico che danza e vola sui campi vestito di bianco, certo, come impone la tradizione dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, ma con l’accento dorato degli Swoosh e delle righe sui pantalocini e sul colletto della polo, sulla quale il logo RF è ricamato appena sotti i bottoni. La cintura è un omaggio al tennis degli anni Venti, quelli del leggendario Bill Tilden che la indossava con i pantaloni lunghi che si usavano all’epoca. In questa foto ci sono anche gli altri elementi che hanno caratterizzato tutta la sua carriera e che fanno parte ormai del pacchetto agiografico dello svizzero: il polsino solo sul braccio destro, che ha influenzato probabilmente milioni di giocatori al mondo (uno è lo scrivente) che sono convinti di giocare meglio indossandolo allo stesso modo. E la bandana in testa, che in tanti ormai usano al posto della fascetta che negli anni Settanta sfoggiavano McEnroe, Borg e tanti altri. 

Sullo sfondo – dalla signora in prima fila con i capelli bianchi vaporosi e le mani giunte a coprirsi naso e bocca in preda a un momento di estasi tennistica, fino al ragazzo con il turbante e la maglietta rosso-crociata – c’è la sintesi di un popolo multietnico, multi-generazionale e globale che per oltre vent’anni ha ammirato e compartecipato emotivamente ai successi e alle sconfitte, tra trionfi e disastri. 

In questa foto c’è tutto Federer: i simboli del campione, gli istanti che precedono la rapidità e la perfezione di uno dei colpi più spettacolari, il verde di Wimbledon, la forza del pubblico, la sua propensione all’attacco e lo sguardo concentrato e allo stesso tempo distaccato degli eroi. 

Grazie Roger, ora sono pronto.

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