Aurora, la tennista “splendente” del Tennis le Querce.

Aurora Urso Tennis Le Querce

"C’è una persona che mi dice sempre che il tennis
è uno sport da adulti praticato da ragazzi giovani". (A. Urso)



L’anno scorso, nel campo di fianco a quello in cui giocavo, si allenava a ritmo di musica. La tennista 19enne di Lonate Pozzolo (Va) rilascia la sua prima intervista a Tennisollywood e ha le idee chiare: “Mi chiamo Aurora Urso, ho 19 anni e gioco a tennis".

Da sempre appassionata di sport, dal basket al calcio, ha iniziato a giocare a tennis all’età di 9 anni, ispirata da una partita di Nadal vista in TV. A livello under 16 ha girato l’Europa partecipando a tornei ETA (European Tennis Association), cercando di conciliare il tempo dedicato allo sport con quello per lo studio e trovandosi in più di un’occasione vicina alla decisione di abbandonare l’attività agonistica. Tra le esperienze più belle ne ricorda una in un torneo in Olanda, nel 2018, in compagnia di un’altra giovane tennista. L’anno scorso, terminati gli studi, ha deciso di dedicarsi completamente al tennis, nonostante un infortunio al ginocchio che l’ha tenuta ferma per 4 mesi. Da oltre un anno si allena al Tennis Le Querce di Casorate Sempione (Va) con Marco Brigo e Enzo Di Costanza.


Il tuo nome significa “splendente”. Aurora (Eos per i greci) è la dea dell’alba che Omero definiva “dalle dita di rosa”. Quali sono stati i tuoi miti, i tuoi modelli, durante l’infanzia e durante l’adolescenza e quale invece in questo periodo della tua vita?
Il mio modello è sempre stato Nadal, da quando gioco a tennis. Mi sono sempre piaciute la sua attitudine in campo, la sua compostezza e la forza che esprime. Prima, in realtà, non ho mai avuto un modello particolare.

Quando hai cominciato a giocare e perché?
Ho iniziato a giocare a tennis a 9 anni. Un giorno per puro caso, stavo guardando la tv a casa con la mia famiglia ed è capitata una partita di Nadal. Ricordo che rimasi un po’ stupita, il tennis non lo conoscevo affatto e mi impressionò. Così chiesi subito ai miei genitori se potessi provare a giocare.

Cosa fai quando non ti dedichi al tennis?
Quando non gioco a tennis, mi piace molto leggere, ascoltare la musica e ogni tanto guardare film o serie tv, anche se la tv la guardo poco. Ovviamente, da italiana, il mio piatto preferito è la pizza margherita, però mi piace molto mangiare anche cose diverse. Sicuramente adoro viaggiare, vedere posti nuovi, conoscere nuove persone e nuove culture. Lo sport in generale mi piace tantissimo, non guardo solo il tennis. Mi è capitato di guardare partite di basket, gare di golf, sci…

Si dice che il tennis sia un po’ una metafora della vita, con alti e bassi racchiusi in momenti che si sommano per diventare sempre più grandi, dai punti ai game, dai game ai set, dai set alle partite, dalle partite alle finali… Cosa ne pensi? È una cosa che riesci ad applicare al tuo vissuto?
Sono d’accordo. Il tennis rispecchia moltissimo la vita. Ti mette davanti molte difficoltà, hai sempre un problema da risolvere, situazioni da gestire e soprattutto sei solo tu in campo. Hai molte responsabilità. Sicuramente gli errori e i momenti difficili ti fanno ragionare, capire come puoi migliorare e ti fanno maturare.

Io preferisco la metafora di una grande città. Quando inizi a giocare sei nel giardino di casa, poi man mano che cresci esplori il resto della tua via, il tuo quartiere, poi quelli confinanti, fino alle periferie per trovare sempre modi nuovi per vincere. A volte ti perdi in strade sconosciute per poi scoprire, per caso, che due vie che conoscevi si intersecano per portarti a un punto vincente. A volte vuoi solo tornare nel tuo giardino e giocare quei colpi che ti fanno sentire sicuro. Qual è la tua metafora del tennis? Cosa significa per te giocare a tennis?
Mi piace questa metafora, ma sinceramente non ne ho una mia. Credo, come detto prima, che il tennis sia la metafora della vita. Giocare a tennis, oltre a essere la mia passione, mi permette di essere me stessa e di lavorare su me stessa. Che è la cosa più importante per me. Vedo il tennis come un percorso.

Quando cominci un percorso agonistico, ci sono inevitabilmente e progressivamente sempre più persone che ti seguono, ti danno consigli, ti allenano, ti supportano… Non sempre è facile rielaborare tutto e distinguere ciò che veramente ti serve per crescere in campo. Hai un tuo metodo per “mettere ordine” a tutti gli input che ricevi?
Innanzitutto credo che alla base ci debba essere fiducia. Devi fidarti del progetto e delle persone che ti allenano, ti danno consigli e ti supportano. Come loro devono fidarsi di te.
Sto imparando ad ascoltare tutti, indipendentemente da ciò che mi viene detto. E allo stesso modo, sto imparando a filtrare le informazioni. Se mi viene detto qualcosa che reputo interessante, da qualcuno che non mi allena, ne discuto con le persone che mi seguono in campo. Molte volte il solo discuterne mi fa capire se può essere utile o meno. Se questo non dovesse bastare, a quel punto provo e arrivo a prendere una scelta.

A Wimbledon prima di entrare sul Centrale i giocatori leggono questa frase di Kipling:
IF YOU CAN MEET WITH TRIUMPH AND DISASTER AND TREAT THOSE TWO IMPOSTORS JUST THE SAME. E tu come affronti questi due impostori? C’è qualcosa che ti dici quando perdi una partita e qualcosa che ti ripeti quando vinci?

Ho sempre avuto un brutto rapporto con la sconfitta. Molte volte ho avuto momenti di sconforto e addirittura momenti in cui ho pensato di smettere di giocare.
Crescendo, ho iniziato a vedere la sconfitta come un momento per riflettere. Capire cosa è andato bene e cosa è andato male e cercare di lavorare per fare meglio. Certamente, ancora adesso, dopo una partita persa sono dispiaciuta.
La vittoria è sempre bella, sto cercando di valorizzarla molto di più. Dato che la sconfitta influenza molto di più di una vittoria, quello che sto provando a fare è appunto dare la giusta importanza ad entrambe.

Raccontaci una delle esperienze che ti è servita di più in questi anni.
L’esperienza più bella a livello internazionale l’ho fatta in Olanda, due anni fa. È stata l’ultima esperienza all’estero che ho fatto. Eravamo io e un’altra ragazza, da sole. È stata importante proprio perché ci siamo dovute gestire da sole. Oltre a questo, ho visto giocatrici diverse, realtà diverse. Ti rendi conto del livello e questo ti dà molti feedback, sui quali poi devi lavorare.

Cosa consiglieresti a un bambino/a che si approccia per la prima volta al tennis?
Sicuramente consiglio di divertirsi. E, in primis, non avendo mai avuto un bel rapporto con la sconfitta e l’errore, fin da bambina, ci tengo a dire che sbagliare non è una tragedia, non va vissuto come tale, ma è parte di un percorso. E anche se può sembrare una frase fatta, è solo sbagliando che si può imparare.

Per ottenere risultati, non bastano gli allenamenti, la tecnica, la tattica, il fisico. Ci vuole sempre una visione di dove vuoi arrivare e un piano per arrivarci. Puoi non svelarci il piano, ma la tua visione ce la vuoi raccontare?
Sono d’accordo, devi avere un piano. C’è una persona che mi dice sempre che il tennis è uno sport da adulti praticato da ragazzi giovani.
Non si tratta solo di entrare in campo e colpire palline o di allenarti fisicamente. Non è solo questo. Penso che il tennis sia un percorso personale lunghissimo, in cui hai sempre qualcosa di nuovo da imparare e da raggiungere.


Grazie Aurora, buon tennis e in bocca al lupo!