In canoa in Canada, dentro l'adolescenza





Remare per dieci ore al giorno; trasportare sulle spalle canoe e bagagli da un lago all'altro in mezzo a foreste di conifere; raccogliersi accanto al fuoco alla sera e raccontarsi storie dai rispettivi Paesi di origine; abbracciare con lo sguardo e la mente la via lattea, ascoltando i richiami misteriosi delle strolaghe. Respirare la natura e ascoltare se stessi. Spingere una canoa nell'acqua per raggiungere una meta segnata su una mappa. Una mappa di carta. Questo è quello che è accaduto in quindici giorni di canoa nel suggestivo comprensorio del lago Temagami (Ontario) in compagnia di altri undici giovani viaggiatori da tutto il mondo, nell'agosto del 1997.

Qualche anno prima, nel 1993, incoraggiato dai miei genitori decido di trascorrere delle vacanze “diverse” e mi avventuro in un “summer camp” nell'Ontario settentrionale. Camp Wabikon (White Flower nella lingua dei nativi) è una colonia estiva per ragazzi sulle sponde del lago Temagami (Deep Blue Water) fondata nel 1944. Ogni estate, in varie sessioni, i ragazzi vivono lontano dai loro comfort cittadini e si dedicano ogni giorno ad attività ludiche e sportive di ogni tipo: vela,  kayak, canoa,  nuoto, ovviamente tennis, ma anche teatro e "arts and crafts". 

La strolaga (loon) sul retro della banconota da 20 dollari canadesi
La strolaga (loon) sul retro della banconota da 20 dollari canadesi 


Io seguivo con dedizione i corsi di canoa, invogliato più che altro dalla passione per Lisa, la bionda istruttrice del British Columbia con gli occhi azzurri e profondi e con un sorriso contagioso. Fu lei ad insegnarmi ad andare in canoa tanto da invogliarmi, quell'anno e i successivi, a intraprendere escursioni di tre o cinque giorni lontano dal campo base.

Nel 1996 decisi di trascorrere al camp sei settimane, rispetto alle tre degli anni precedenti, frequentando un corso per diventare “counselor”, più o meno quello che qui si chiamerebbe “animatore”. E così nell'agosto 1997 ho lavorato come counselor per quattro settimane e per le altre due ho viaggiato in canoa.

Il wannigan
Il wannigan

Un'esperienza che consiglierei agli adolescenti di oggi, sempre che siano disposti a vivere quindici giorni senza cellulare, senza internet, senza tecnologia alcuna... senza niente in realtà. Perché, a ripensarci, l'equipaggiamento era veramente ridotto al minimo, per non avere bagagli ingombranti da dover trasportare, e le possibilità di comunicare con il mondo erano praticamente nulle. Un paio di magliette e pantaloncini, un paio di costumi da bagno e vestiti pesanti per la sera, oltre a una cerata per ripararsi dai violenti temporali che spesso si abbattono su quelle zone. Il tutto in una sacca impermeabile. Una pagaia, una bandana. E basta. Il resto dell'equipaggiamento era costituito da barili galleggianti per le scorte di cibo, tende, torce per la notte e delle specie di bauli di legno - chiamati “wannigan” - che venivano utilizzati per trasportare corde, utensili da campo e attrezzi vari. Pesavano un'esagerazione e durante i “portage” (i tratti a piedi) venivano appunto portati sulle spalle e bilanciati con un laccio di cuoio sulla fronte.

A distanza di anni, mi capita a volte di ripensare ai “wanigan” e di aprirli, per trovarci dentro i ricordi di un'estate indimenticabile, di quindici giorni fuori dal mondo o, forse, quindici giorni dentro me stesso, alle prese con la mia adolescenza.